Nocera Terinese, colori e misteri della Fede

Nocera Terinese, colori e misteri della Fede

In questo spazio voglio parlarvi di un piccolo paesino del catanzarese di poco più di 4700 anime che ogni anno, durante il periodo della Settimana Santa, attira numerosi visitatori che, armati di fede ma anche di macchine fotografiche e videocamere, pregano e riprendono le celebrazioni liturgiche nei giorni che precedono la Pasqua.

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In particolare, attira l’attenzione della gente, la lunga processione della Madonna addolorata e del Cristo morto, anche per la partecipazione alla stessa dei cd. “vattienti“, ossia penitenti che in segno di devozione o di voto per grazia (richiesta o ricevuta) portano in testa una corona di spine e, lungo le strade del paese, utilizzando dei piattelli di sughero si autoflagellano battendosi le parti del corpo fino a farne fuoriuscire il sangue.

Un rito, quello dell’autoflagellazione che forse in principio era praticato solo dai monaci dentro le mura dei conventi ma che in seguito prese piede anche tra i fedeli che iniziarono a percuotersi il corpo nella convinzione che la sofferenza potesse compiacere in qualche modo a Dio, espiare i propri peccati o allontanare dalla città pericoli di guerre e carestie.

A Nocera Terinese con questo rito si vuole celebrare la passione di Cristo, tutte le sofferenze che ha patito e che Lo portarono dapprima alla morte e quindi alla resurrezione.

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La mattina presto del Sabato Santo, appena arrivato a Nocera Terinese, fin da subito, mi sono ritrovato davanti a delle forti scene di dolore e di fede, in cui il rosso sangue è il colore dominante e indiscusso che predomina anche sulle forti schiarite e sulle dure ombre create dall’abbagliante sole calabrese.

Il titolo di questo reportage

“Nocera Terinese, colori e misteri della Fede”

potrebbe apparire “strano” o ingannevole, visto che la maggior parte della fotografie sono in Bianco e Nero ma è proprio seguendo l’alternarsi del bianco, del nero e del rosso che mi permette di raccontare insieme e allo stesso tempo separatamente, la storia di tanta gente che, ognuno a suo modo, vive la propria fede in Cristo risorto.

Ovviamente il mistero della fede in senso teologico assume un significato differente rispetto a quello immediato e letterale. La Fede, proprio perché tale, non ha nessun lato oscuro o nascosto ma anzi è la relazione diretta che abbiamo con Dio che ci manifesta la sua esistenza tramite la “rivelazione” e ci permette di comprendere realtà altrimenti non accessibili all’uomo.

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Nel Nuovo Testamento la rivelazione è l’incarnazione di Gesù, la manifestazione di Dio agli uomini che li rende partecipi della Sua vita mortale, quindi anche della Sua passione, della morte in Croce e della Resurrezione. La Pasqua, dunque, per ogni cristiano rappresenta un nuovo inizio e tutto il simbolismo e la ritualità delle liturgie organizzate dai fedeli vengono vissute dagli abitanti di Nocera in maniera talmente intensa da suscitare l’interessamento e la partecipazione da parte di molti.

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Nelle fotografie di questo reportage, il NERO è il colore della gente comune, dei “normali” fedeli che seguono la processione lungo le strade di Nocera Terinese. Una lunga processione che, tra salite e discese ripide, tocca ogni angolo della città. Inizia la mattina e prosegue fino alla sera. Dalla parte bassa del paese sale fino al Convento dei Cappuccini per poi ritornare fino alla Chiesa della S.S. Annunziata.

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Il BIANCO, invece, è il colore dei portatori, coloro che (solitamente) di padre in figlio si tramandano il ruolo di trasportare fisicamente la statua della Madonna Addolorata e del Cristo morto. Un compito molto faticoso visto il peso della statua, la conformazione geografica del luogo che si erge su una verde collinetta e la durata della processione, che con un ritmo lento e cadenzato si muove per le vie del paese effettuando numerose soste presso le chiese, dove sono stati allestiti i “Sepolcri“, nelle vicinanze di edicole sacre ma anche davanti alle case e ai negozi dei noceresi.

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I sai dei portatori, colpiti dai forti raggi solari, illuminano l’intera scena creando duri contrasti col nero degli abiti degli altri fedeli che, in preghiera, si limitano a seguire la statua in processione mentre la banda musicale intona una sorta di marcia funebre chiamata “jone”.

Muovendomi tra la folla ho notato subito che anche tra i portatori ci sono ruoli distinti. Oltre a quelli che spingono la statua della Pietà, uno di loro resta davanti alla statua e materialmente direziona tutto il gruppo. Un altro, invece, si posiziona in testa al corteo portando in spalla una grande Croce. Questa resta distante dalla statua della Pietà affinché la Madonna non scorga la Croce. La Croce si incontrerà con la Statua della Madonna soltanto quando quest’ultima ridiscendendo il cammino percorso per raggiungere la parte più alta del paese giungerà in un luogo (denominato “Pizzu Cacatu“) che simboleggia il Monte Calvario. Una volta superata questa “stazione” i due simulacri continueranno la processione verso la Chiesa della S.S. Annunziata ma i portatori non dovranno più prestare attenzione a nascondere l’una dall’altra.

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La Statua della Pietà è una scultura lignea del ‘600 e, secondo quanto dicono i noceresi, è stata scolpita secondo la tradizione usando un unico tronco di pero selvatico da uno scultore che, terminata l’opera, perse immediatamente la vista per non poter più ripetere un simile capolavoro.

Realtà e leggenda creano una commistione inseparabile in cui nessuno può dire con certezza quanto sia storicamente avvenuto e quanto, invece, sia frutto dell’immaginazione.

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Per le vie di Nocera vengono predisposti dei tavolini che rappresentano le “stazioni” in cui far sostare la statua della Madonna durante la processione ma la vera fatica dei portatori sta nel rispettare le “stazioni extra” che incontrano lungo il cammino.

Molti fedeli, infatti, aspettano in casa il passaggio della statua, salutando dal proprio balcone la Madre di Gesù Cristo che ricambia voltandosi. Lungo tutto il tragitto, non ho mai visto la Madonna “saltare” un balcone o una finestra.

Mentre si segue la processione si possono incrociare alcuni personaggi particolari che scalzi e con indosso degli strani abiti si muovono, apparentemente senza meta, da una parte all’alta del paese.

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Sono i “vattienti” di cui scrivevo sopra, che legati da una cordicella all’Ecce Homo rappresentano il Cristo flagellato e sanguinante e il Cristo che viene portato da Pilato per essere giudicato. (“Ecco l’uomo”, l’espressione con la quale, nel Vangelo di Giovanni (19,5), Pilato presenta alla folla il Cristo flagellato e coronato di spine).

Queste due figure non sono legate soltanto da una corda ma, quasi sempre, anche da uno stretto legame familiare. Spesso, infatti, vattiente e ecce homo sono impersonati da padre e figlio e ciò mi fa capire quanto sia importante questo rito per i noceresi.

Il vattiente indossa un pantalone corto nero, una corona di spine e un copricapo anch’esso nero mentre l’Ecce Homo, invece, ha il corpo avvolto dentro un panno rosso che gli lascia scoperto il petto, porta anche lui una corona di spine in testa e sulle spalle tiene con se una piccola Croce rossa.

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Questi personaggi, gli unici rappresentati con fotografie a colori, completano il titolo del reportage. Il ROSSO è il colore dei vattienti che spicca tra la folla anche dalla lunga distanza. Essi, come accennavo, manifestano la loro devozione percuotendosi le gambe e le cosce a sangue, utilizzando due dischi di sughero (chiamati “la rosa e il cardo“), uno liscio e uno provvisto di tredici schegge di vetro acuminate (dette lanze) incollate su uno strato di cera. Le tredici punte di vetro simboleggiano gli Apostoli, compreso Giuda, che viene evocato con una scheggia più sporgente rispetto alle altre, per aver tradito Gesù.

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Per i profani sono loro i protagonisti della giornata e le fotografie dei turisti si sprecano mentre i vattienti camminano per le vie del paese per battendosi a sangue lungo le “stazioni” in cui sosta la statua della Madonna o nelle vicinanze delle abitazioni dei loro cari.

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Segnare a sangue il muro delle abitazioni è qualcosa che i noceresi gradiscono perché, secondo loro, si tratta di “sangue benedetto“. Il vattiente “segna” col suo sangue anche l’Ecce Homo e gli altri che lo seguono durante la funzione, un gesto di riconoscenza, di affetto, di amore verso queste persone.

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I flagellanti vivono sul loro corpo la passione di Cristo e, colpo dopo colpo, le strade di Nocera diventano un fiume di sangue che sgorga abbondante dal corpo del penitente fino alla strada. Espiare le proprie colpe materialmente, col dolore fisico, partecipare personalmente al martirio con una penitenza che ha lo scopo di purificare se stessi ed i propri cari dai peccati commessi.

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Guardando queste scene di sangue, mi ha colpito molto lo sguardo dei bambini. Osservano i vattienti con molta attenzione e senza spaventarsi. Non inorridiscono alla vista del sangue, vivono questo rito come se fossero un normale momento di preghiera quindi con serio rispetto e forse un pizzico di ammirazione per il penitente che si infligge dolore.

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Ad essere sincero, il sangue fa “impressione” solo all’inizio, ci si abitua quasi subito guardando le porte segnate dai dischi dei flagellanti, le strade colme del loro sangue e, appunto, i tanti vattienti che si percuotono in giro per il paese. La cosa che mi ha impressionato seriamente, dal mio arrivo fino al rientro e che ancora ricordo bene, è il “rumore del colpo“, quando con forza il vattiente si ferisce  il corpo col disco vetrato si sente un colpo che supera ogni altro rumore di fondo, lasciandoti senza fiato.

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Chiacchierando con i noceresi mi sono fatto raccontare anche il “dietro le quinte” del rito. In particolare, mi hanno spiegato il ruolo di un altro personaggio (chiamato semplicemente “l’amicu“) che segue per tutto il giorno il vattiente portandosi dietro un piccolo bidonino pieno di vino che versa sul corpo del penitente prima di percuotersi. Pensavo che il vino fosse solo un modo per “spettacolarizzare” ulteriormente la scena ma, invece, lo scopo è un altro ovvero rendere il sangue più fluido e disinfettare le ferite.

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Un’altra storia interessante che mi hanno raccontato riguarda la fase preparatoria al rito. Il vattiente prima di iniziare a flagellarsi si veste e immerge le mani dentro una caldaia di rame in cui viene messa a bollire dell’acqua con del rosmarino e con le mani ancora bagnate si lava le gambe e i polpacci. Il massaggio vigoroso che viene fatto ai vattienti dovrebbe servire per anestetizzare parzialmente la parte che verrà percossa dal cardo ma, onestamente, vista la forza esagerata con cui si colpiscono, non ci credo molto che possa servire ad attenuare il dolore.

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Hanno cercato più volte di vietare questi riti ma senza riuscirci. A Nocera ogni anno si ripete la tradizione dei flagellanti e ogni anno viene versato del sangue lungo le strade del paese. Per i noceresi è normale, si tratta di qualcosa che hanno vissuto e vivono da tutta la vita e non farlo sarebbe l’anormalità.

Tutta la Settimana Santa è un continuo susseguirsi di riti e di liturgie e i vattienti iniziano a percuotersi il corpo fin dalla sera del Venerdì Santo e forse è il miglior momento per andare a visitare Nocera Terinese visto che ancora non è invasa dai migliaia di turisti che vengono ad assistere alla processione del giorno dopo. Diciamo che il Venerdì è ancora un momento “esclusivo” dei paesani e spero vivamente che continui a restare tale.

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Una cosa che mi ha fatto molto piacere vedere è che durante la processione del Sabato Santo gli abitanti di Nocera lasciano le porte di casa aperte e imbandiscono dentro un tavolo con del cibo. Fuori dalla porta d’ingresso dispongono alcune bottiglie di vino come per dirti “Entra pure, sei il benvenuto!!“.

Questo modo di fare dei noceresi mi ha ricordato alcune qualità tipiche di noi calabresi, essere persone gentili, semplici e ospitali. Disponibili con tutti, specie con chi viene da fuori.

Personalmente, questa esperienza mi ha colpito non solo per la crudeltà delle scene ma soprattutto per la naturalezza con cui viene vissuta dai protagonisti flagellanti cosi come dagli altri indigeni compartecipanti. La sensazione che ne ho ricavato è che nonostante il periodo di super tecnologia che stiamo vivendo sono persistono fortemente ancora intrinseci momenti di mistica spiritualità che impregna il comune sentire dell’intera comunità nocerese e ti trasmette quel senso innato del divino che per un attimo coinvolge la tua presenza facendoti dimenticare di tutto il resto esaltando maggiormente lo spirito piuttosto che la carne.

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Questo reportage è stato realizzato durante un’uscita che ho organizzato col mio Club fotografico – Fotoamatorigioiesi “Ferdinando Scianna” di Gioia Tauro – e ringrazio di cuore Valentino Guido e Alessandro Coccimiglio per avermi fatto da guida durante l’intera giornata.

Tutte le fotografie del reportage sono state scattate nel comune di Nocera Terinese il 15/04/2017 e le ho realizzate utilizzando come corpo macchina una Fujifilm X-T2 su cui ho montato come unico obiettivo un Fujifilm XF 18-55 f/2.8-4R LM OIS.

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Di seguito alcune immagini scattate durante la giornata del Sabato Santo

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Sono un avvocato ma anche appassionato di fotografia. Ho creato questo blog per condividere questa mia passione e spero, col tempo, di riuscire a pubblicare qualcosa di piacevole e originale.
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