L’esecuzione di Saigon …

… di Eddie Adams

Qualche tempo fa mi è capitato di leggere un articolo molto interessante – di Letizia Tortello pubblicato il 30/01/2018 sulla pagina web de “La Stampa” – che vorrei riproporre in questa rubrica per fare insieme qualche riflessione e capire cosa si nasconde dentro una fotografia.

Mi sono permesso quindi di sottolineare alcune parti che mi hanno particolarmente colpito e che mi portano a comprendere la potenza di una foto sotto tutti i punti di vista.

Uno scatto – che secondo Time, è una delle 100 foto più influenti al mondo – che ha portato Adams a vincere il Pulitzer (oltre al Word Press Photo) ma che allo stesso tempo lo ha tormentato per il resto della sua vita al punto di arrivare a scrivere che «Due persone sono morte in quella foto, il generale ha ucciso il Viet Cong; io ho ucciso il generale con la mia macchina fotografica».

In un istante si racconta la guerra e la sua brutalità ma non cosa c’è stato prima e dopo lo scatto ma per capire meglio di cosa sto parlando, meglio leggere l’articolo sotto:

La vera storia dello scatto che cambiò una guerra: quando le grandi immagini icone della Storia raccontano solo un pezzo della verità.

 

La vita di una grande foto è eterna e brevissima. L’immagine è un’arma potente. Diventa magari icona mondiale, che imprigiona la Storia, ma nessuno sa più cosa succeda a partire dai secondi dopo in cui lo scatto è stato fatto. È senz’altro entrato nell’archivio delle foto più famose di sempre lo scatto che il fotogiornalista Eddie Adams catturò durante la guerra del Vietnam, nell’istante esatto dell’esecuzione di un Viet Cong, divenuta celebre come «l’Esecuzione di Saigon». Sono passati quasi 50 anni da quell’istante, in cui la forza del proiettile della pistola del generale di brigata Nguyen Ngoc Loan penetrava il cranio del Viet Cong, in un’espressione eterna che condensa choc, terrore, violenza e la più spaventosa paura. L’istante che ad Adams portò gloria. un premio Pulitzer e anche molti dolori.

 

Era il 1 febbraio 1968. I nordvietnamiti avevano attaccato a sorpresa, il giorno prima, i nemici del Sud e gli alleati americani, durante l’Offensiva del Tet. Un assalto che fu respinto, all’improvviso, proprio dopo la cattura del Viet Cong, e lo scatto di Adams. Il soldato nemico era stato acciuffato dopo una strage di civili gettati in una fossa. Il generale sudvietnamita Nguyen Ngoc Loan, una specie di eroe che aveva il merito di tranquillizzare le truppe anche nei momenti più duri, trascinò il Viet Cong fino alla jeep e gli puntò la pistola al viso. Eddie Adams, fotoreporter della Associated Press, era sul posto. Iniziò a scattare foto, mentre il prigioniero, circondato da soldati dell’Esercito del Sud del Vietnam, restava inerme, fermo, tremante e condannato in calzoncini e camicia a quadri.

 

La verità arriva dopo, o forse no?

Ma la storia di quella foto diventata una delle immagini più influenti della fratricida guerra del Vietnam, a mezzo secolo di distanza, è stata raccontata una volta ancora dalla Bbc. Simboleggia come uno scatto racconti sono un piccolo pezzo di verità. E di storia. Esperti balistici dicono che l’immagine dell’Esecuzione di Saigon mostra proprio il microsecondo in cui il proiettile entra nella testa dell’ uomo. A quel tempo, la foto fu ristampata in tutto il mondo e incarnò per molti la brutalità e l’anarchia del conflitto, alimentando in America il sentimento dell’assurdità di quella tragedia umana.

 

Le scuse di Eddie Adams

«Pensavo che volesse solo terrorizzare il ragazzo», ha spiegato Adams. «Ho solo alzato la macchina fotografica e iniziato a scattare». Il Viet Cong, Nguyen Van Lem, credeva fosse stato il responsabile dell’uccisione della moglie e dei sei figli di uno degli ufficiali di Loan. «Se esitate, se non avete fatto il vostro dovere, gli uomini non vi seguiranno», sentenziò il generale dopo aver sparato. Giocò un ruolo cruciale durante le 72 ore successive all’offensiva di Tet. Adams riferì lasciò nella memoria collettiva la sua prima impressione, cioè che Loan fosse un «assassino freddo, insensibile». Avrebbe cambiato presto opinione. Per molti, lunghissimi anni proteggerà Loan e gli salverà la vita. «Loan è un prodotto del Vietnam del suo tempo», disse Adams in seguito.

 

Gli onori e il tormento  

Nel maggio dell’anno successivo, la sua foto aveva vinto il premio Pulitzer. Ma nonostante questo trionfo giornalistico e le lettere di congratulazioni, tra cui quella del presidente Richard Nixon e dei bambini delle scuole di tutta l’America, la foto prometteva di tormentare Adams. «Ho preso dei soldi per mostrare un uomo che ne ammazza un altro», spiegò il fotoreporter. «Due vite sono state distrutte, e io prendevo dei soldi. Ero un eroe». Adams e Loan rimasero in contatto, diventarono anche amici dopo che il generale fuggì negli States dal Vietnam del Sud alla fine della guerra. All’Ufficio immigrazione in America fu fermato, riconosciuto perché divenuto celebre dopo lo scatto. Il fotografo testimoniò in suo favore, andò perfino in tv per spiegare le circostanze in cui era stata scattata la foto che gli aveva rovinato la vita, dopo l’orrore con cui lui l’aveva tolta a un altro uomo, il Viet Cong nemico. Così Adams evitò la deportazione di Loan, che restò in America e aprì un ristorante a Washington Dc, in cui serviva hamburger, pizza e piatti vietnamiti.

 

Era giusto pubblicarla?

Hal Buell, il fotoeditor all’Ap a quel tempo, ebbe modo di raccontare che dopo l’Esecuzione di Saigon che era giusto pubblicare lo scatto perché «in un frame simboleggiava tutta la brutalità della guerra». La fotografia è un’arma potente, si diceva. «Ma isola un singolo momento, separandolo da tutti quelli che ci sono prima e che seguiranno». Adams ha proseguito la sua lunga carriera, vincendo più di 500 premi di fotogiornalismo e fotografando figure di alto profilo tra cui Ronald Reagan, Fidel Castro e Malcolm X. Ma la fotografia più famosa rimarrà sempre quella con Loan. «Due persone sono morte in quella foto», scrisse Adams dopo la morte di Loan (che se ne andò per cancro nel 1998): «Il generale ha ucciso il Viet Cong; io ho ucciso il generale con la mia macchina fotografica».

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Sono un avvocato ma anche appassionato di fotografia. Ho creato questo blog per condividere questa mia passione e spero, col tempo, di riuscire a pubblicare qualcosa di piacevole e originale.
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