Città senza Stato

L’inizio di un nuovo articolo è sempre un’incognita per me perché alcune volte, specie negli scatti di reportage, preferirei non dire nulla e lasciare parlare soltanto le immagini, permettendo cosi a chiunque di farsi una propria idea sulla storia raccontata, senza correre il rischio che le mie parole possano influenzare più del dovuto l’osservatore.

E’ un’ardua impresa, lo so, specie quando ogni parola detta pesa più di un macigno visto che oggetto del portfolio è un luogo che porto nel cuore e di cui vorrei sentir parlare solo bene.

Ho sempre progetti fotografici “aperti” così da trovare facilmente spunti fotografici ad ogni mia uscita e questa serie di foto che riporto in fondo all’articolo, non è altro che una serie di immagini estrapolate dal mio archivio che arricchisco giorno dopo giorno sempre con la speranza di poter, prima o poi, cambiare almeno il finale…

Fatta questa breve premessa credo sia il momento di iniziare col racconto fotografico quindi, come dicono i toscani “bando alle ciance” iniziamo senza perderci in chiacchiere.

Recentemente ho visto un programma tv che parlava della mia città e, in particolare, di tutti i problemi con cui noi residenti quotidianamente abbiamo a che fare. Anche io avevo elaborato qualcosa del genere ma non avevo ancora mai pensato di pubblicarlo.

Parlare dei problemi di un centro urbano… mm…

Non è cosa da poco, sto parlando di una città del Sud Italia e chi vive dalle mie parti non ha il problema dell’autobus che arriva con 5 minuti di ritardo, anzi se proprio devo dirla tutta, non ci pensa proprio a questo perché i mezzi pubblici cittadini sono del tutto inesistenti e anche quelli “extra-urbani” (treni-autobus) a malapena ci passano.

Le strade piena di buche non mancano, ma sono cose che lasciamo alle metropoli, noi abbiamo altro a cui pensare, figuriamoci se ci preoccupiamo delle buche.

I problemi dalle mie parti sono di altro genere, riguardano criminalità, inquinamento, malasanità, disoccupazione, carenza di servizi, e chi più ne ha più ne metta.

Per farla breve, sto parlando di Gioia Tauro, un paese della provincia di Reggo Calabria, da sempre definito “volano dell’economia del Sud” ma che fino ad oggi non ha mai spiccato il volo.

Infatti, nonostante sia stato costruito uno dei porti più grandi d’Europa, espropriando terreni e traslocando l’intera frazione di Eranova, non si sono mai verificate le condizioni per far partire l’economia di questa terra.

La grandezza del porto permetteva (già 20 anni fa) di accogliere nelle sue banchine le grandi navi, per intenderci, quelle lunghe più di 150 mt. e la bravura dei portuali si faceva notare, al punto da essere definito “il porto dei record” movimentando un numero di container superiore a tutte le altre realtà portuali e di farlo anche più rapidamente degli altri.

Eppure, nessun premio per i portuali gioiesi anzi, la paura del licenziamento è stata sempre dietro l’angolo, una costante rimasta inalterata in questi anni che li ha accompagnati fino a quando non si è poi di fatto concretizzata mandando a casa – dall’oggi al domani – tanti lavoratori e padri di famiglia.

L’indotto poi avrebbe dovuto occupare un numero elevatissimo di lavoratori ma le aziende che si sono presentate alla “cassa” dello Stato per ottenere i finanziamenti (erogati a fiumi e, se non ricordo male, a fondo perduto) per portare lavoro in questa zona disagiata, sono sparite il giorno dopo l’incasso, lasciandoci soltanto un numero indefinito di cattedrali nel deserto e l’amarezza di essere stati beffati per l’ennesima volta.

Quelle aziende oneste, che hanno realmente investito nel territorio, tirano avanti anche se a fatica o sono costrette a chiudere, dopo anni di sacrifici, a causa della drastica riduzione del numero di navi che si fermano nelle banchine.

Chi doveva lanciare il porto non lo ha mai voluto veramente fare (il che è assurdo visto la posizione strategica in cui è situato) ma capisco che “pestava i piedi” a molte altre città, più grandi, importanti e politicamente più forti.

L’unica volta in cui lo Stato ha elogiato/minacciato il porto di Gioia Tauro è stato quando l’Italia doveva accogliere la cd. nave dei veleni, per il trasbordo delle armi chimiche siriane. Come per dire, dove mandiamo sta bomba chimica?
Nessuna esitazione, Gioia Tauro, anche se non c’è in zona né un centro antiveleni né un ospedale attrezzato – ma chi se ne frega dicono nei palazzi importanti della capitale – tanto se deve succedere qualcosa, meglio lì che in un altro posto.
Fortunatamente non è successo nulla ma sono state delle pugnalate le “minacce” del Ministro di turno (Lupi) che diceva «Mi stupisce che ci siano amministratori locali che vogliono chiudere quei porti in cui già vengono trattati materiali chimici: allora dovrebbero chiuderli tutto l’anno».

Grazie Ministro per averci informato di tutto ciò… Noi in effetti non lo sapevamo né lo sapevano i (non attrezzati/preparati) portuali di trattare materiali pericolosi.

Passata la nave e la paura nessuno si è più preoccupato del porto né dei successivi licenziamenti.

Altro problema è l’immondizia. Dove la bruciamo tutta questa spazzatura?
Serve un luogo in cui ubicare l’inceneritore per la spazzatura di tutta la Calabria…
Ecco che lo Stato si ricorda un’altra volta di Gioia Tauro.

Termovalorizzatore, depuratore, centrale termoelettrica, discariche abusive, mare marrone, fiumi neri e schiumosi e tutto ciò che nessuno vuole nel proprio giardino, venghino signori verghino, a Gioia Tauro c’è posto per tutto questo e anche di più, sì, proprio così… c’è posto anche per un rigassificatore.

“Il rigassificatore di Gioia Tauro consentirebbe di realizzare nello scalo un polo industriale con numerosi occupati … e farebbe di Gioia Tauro un centro internazionale per l’energia e per il metano”. La stessa “pappardella” sentita e risentita… Vogliamo essere generosi e rinunciamo a tutto… Lo facciano in un’altra qualsiasi regione d’Italia… Ma chissà perché non lo vuole nessuno…

E’ triste prendere coscienza e capire che proprio chi deve proteggerti e garantirti il meglio invece vuole soltanto fregarti, per l’ennesima volta e lo fa giocando sporco, colpendoti nella parte più debole, promettendo posti di lavoro (che non ci saranno poiché i pochi che saranno assunti saranno tecnici altamente specializzati che di sicuro non saranno del luogo). Ecco cos’è la disperazione, barattare la vita con l’illusione di un posto di lavoro che non ci sarà mai… e la cosa più triste è che ad offrircelo è lo Stato.

Gioia Tauro è un controsenso.
Non godiamo di nessuna agevolazione sui tributi nonostante tutti gli impianti (di spazzatura, elettricità etc.) siano ospitati nel territorio comunale, né aziende etc. hanno mai pagato royaties o fatto qualcosa per il territorio che sfruttano, deturpano, inquinano. Siamo un comune in cui si sente fortemente l’assenza dello Stato eppure, essendo stati sciolti per mafia diverse volte, si può dire che ci hanno governato più commissari straordinari che sindaci… i conti non tornano.

Abbiamo una zona industriale immensa, non finisce mai, ma attira solo ecomostri e nessuna realtà veramente produttiva in termini di rilancio del territorio e occupazione… Tant’è che oggi al posto delle aziende c’è la tendopoli degli extracomunitari (altra vergogna di cui lo Stato fa finta di niente).

L’unica cosa che cresce nel mio paese (purtroppo in modo vertiginoso) è la disoccupazione e i malati di cancro… eppure basterebbe così poco per cambiare questa terra… Ogni tanto penso… se solo il Ministro firmasse questo… oppure se il Parlamento approvasse quello… Se il Governo facesse quell’altro … ma per questa terra nessuno fa niente…

In questo breve racconto mi sono soffermato soltanto su alcuni problemi che affliggono questo territorio cercando di descrivere brevemente, e diciamolo anche in maniera fin troppo didascalica, la realtà in cui purtroppo vivo.

Questo portfolio sviluppato in forma di dittico vuole dunque documentare – per mezzo di fotografie scattate nel corso degli anni, articoli di giornale e immagini dal forte contenuto simbolico – la vita in una terra difficile da domare ma che, in fondo, non aspetta altro se non di essere domata.

La prima e l’ultima immagine, chiaramente collegate fra loro, sono rispettivamente l’immagine di “benvenuto” della Città e le conclusioni a cui io e i miei concittadini siamo giunti considerando le risposte che i rappresentanti dello Stato non ci hanno mai dato.

Sono striscioni fotografati durante delle manifestazioni di protesta nel rione Fiume, zona del paese adiacente la cd parte industriale, dove in ogni casa c’è almeno un malato di cancro e dove ad ogni pioggia si ha la paura di morire allegati vista la rara manutenzione del fiume, carico di vegetazione, e dunque propenso ad esondazioni.

Gioia Tauro è un paese in cui si raccoglie a fatica la spazzatura e per evitare che questa sia depositata da cittadini (incivili) lungo una strada, invece di rafforzare l’organico e i mezzi di raccolta – giuro che è vero – si chiude la strada con dei blocchi di cemento che ne impediscono il passaggio.

Sembra incredibile ma è vero.

Inquinamento, disoccupazione, criminalità, Gioia Tauro, seconda città dopo Reggio Calabria, rischia di diventare un paese fantasma. La gente va via da questa terra e l’immagine di un lungomare vuoto, senza bambini intorno ai palloni, è un modo per rimarcare questo stato d’abbandono. Chi può parte perché restare e non poter far nulla equivale a rassegnarsi ad una vita che non meritiamo. Abbandonare questa terra per molti è la migliore soluzione e per certi versi posso anche comprendere chi decide di stabilirsi altrove… Non è rinnegare le proprie origini ma è un modo per ricordarla in un momento migliore rispetto a quello che potrebbe diventare se non si inverte la rotta.

Quando dico che manca lo Stato mi riferisco anche, o meglio soprattutto, alla nostra classe dirigente, del tutto inidonea e incapace a svolgere le funzioni per cui sono stati eletti. Abbiamo rappresentanti che hanno fatto poco nulla per difendere le istanze del popolo gioiese che, anche guardando al futuro e a cosa lo aspetta, ha ben poco da gioire.

Non mi riferisco a nessun partito in particolare perché sia la destra che la sinistra hanno avuto nei confronti di questa città e del suo popolo le stesse responsabilità.

Tutte le forze politiche che si sono succedute nel corso degli anni, hanno messo nel loro programma una serie di politiche per lo sviluppo di Gioia Tauro e del suo porto ma, puntualmente hanno dimenticato di realizzare quanto promesso.

Nei periodi di commissariamento, per l’interesse nazionale, si sono avallate le peggiori porcherie ma mai nulla per favorire lo sviluppo di questa città. Anni di commissariamento non hanno portato da nessuna parte né è stato sanato il buco di debiti in cui versa il Comune.

Mi chiedo, se il problema di questo paese è la ‘ndrangheta (e sicuramente lo è e tra i problemi è quello più grave e difficile da estirpare) ma noi cittadini siamo disposti ad accogliere persino l’esercito in tenuta da combattimento ed entrare al supermercato dopo i controlli al metaldetector pur di avere un’amministrazione (anche scelta direttamente dal Ministero dell’Interno) ma che lavori per la comunità e porti nuovamente la gente ad aver fiducia nelle istituzioni, così da permettere a tutte quelle persone capaci ma che oggi guardano gli incarichi pubblici con paura e diffidenza in un modo diverso e magari inizino a pensare che non è poi cosi male fare il sindaco e partecipare attivamente alla vita politica della città.

Un paese senza bambini non cresce e l’albero, prima ricco e in salute, si insecchisce e, privo di fiori e foglie, resta paralizzato e inerme dentro un eterno autunno.

L’autunno a noi, gente di mare, non è mai piaciuto e la sola cosa che possiamo fare è manifestare il nostro malcontento benché fino ad oggi, le nostre grida (d’aiuto e di denuncia) sono rimaste sempre inascoltate.

Nessuno viene da queste parti. Un paese che dovrebbe vivere di turismo ha una stazione vuota, deserta.

Il mare cristallino ormai è solo un ricordo. Le spiagge sono semi-vuote e chi decide di andarci lo fa per prendere il sole o per respirare il profumo del mare. Fare il bagno è fuori discussione, se non si vuole prendere qualche brutta infezione.

Tutto ciò non è certo una novità eppure negli anni non è stato preso mai alcun provvedimento a riguardo. E pensare che qualche generazione fa si andava al fiume per lavare i panni, tanto era punta l’acqua (oggi nera).

Gli incendi dolosi di materiale nocivo (plastica, gomma etc.) sono all’ordine del giorno cosi come lo sfruttamento del lavoro nero. Inoltre, non manca poi la manovalanza a basso prezzo sfruttando gli extra-comunitari per quei lavori che gli italiani non fanno più (compresi quelli penalmente rilevanti).

Il rione Ciambra, il cd. “ghetto degli zingari” (foto 4) è un luogo invivibile, lasciato nell’abbandono più totale. Se volete farvi un’idea di cosa sto dicendo, vi invito a guardare il bellissimo film “A Ciambra” di Jonas Carpignano che ha sapientemente descritto la vita delle famiglie che abitano le “baracche”.

Nella penultima foto, oltre alle serrante sparate su cui appare superfluo ogni commento, si possono vedere anche un gruppo di extracomunitari fermi nelle vicinanze del cd “Quadrivio” nell’attesa che qualcuno se li carichi in macchina per una giornata di lavoro. La scena qui rappresentata si ripete ogni giorno e in diverse zone della città.

Fin quando quelle Gru (foto n. 3) resteranno alzate (ovvero inattive) questa terra resterà sempre facile preda delle organizzazioni criminali che prendono il posto dello Stato-assente per sovvertire le regole del viver civile per favorire la legge del più forte, capovolgendo cosi quei valori fondamentali della Carta Costituzionale a cui l’uomo dovrebbe ispirarsi.

In questo contesto, il più debole avrà sempre la peggio e, senza la giusta protezione, il terreno malato farà venir fuori soltanto la parte peggiore della pianta, le spine, nascondendo sotto terra la parte sana, che invece dovrebbe crescere e fiorire.

Spero di non aver annoiato nessuno con questo mio racconto. Ho scritto tutto di getto lasciandomi ispirare principalmente dalle immagini che ho pubblicato in questa serie e mi scuso anticipatamente se, preso dalla foga, mi sono forse permesso di esternare mie considerazioni personali, nei lavori documentari cerco sempre di rappresentare ciò che osservo con un certo distacco, ma com’era prevedibile, la rabbia e l’amarezza hanno preso il sopravvento.

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Sono un avvocato ma anche appassionato di fotografia. Ho creato questo blog per condividere questa mia passione e spero, col tempo, di riuscire a pubblicare qualcosa di piacevole e originale.
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